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Scarsa volontà nello studio PDF Stampa E-mail
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 dalla  rubrica  RISPONDE LO PSICOLOGO

 (a cura del dr. Giancarlo Signorini)


pubblicato su
Romagna Gazzette 
   

QUANDO I FIGLI NON MOSTRANO VOLONTÁ NELLO STUDIO



 

   Domanda
  Caro dottore, sono molto preoccupata per mio figlio: ha 26 anni e ancora non si è laureato; studia Lettere moderne e gli mancano 6 esami più la tesi ma sembra non preoccuparsi di questo: come se non fosse importante laurearsi per trovare lavoro al giorno di oggi! Anche alle scuole superiori, in verità, non ha mai brillato per determinazione e rendimento pur avendo buone capacità. Non riesco a capire perché mai lui non comprende l'importanza di un titolo di studio e di un solido impiego lavorativo: questo è spesso causa di discussioni e litigi tra noi dopo di che io mi sento più che mai mortificata e delusa. Perché lui non riesce a capire certe cose ovvie come queste? (A., 49 anni)


  Risposta
 Il "mestiere" di genitore è, senza dubbio, uno dei più difficili. Probabilmente perché è pressoché impossibile impararlo se non a prezzo di un lavoro lungo e impegnativo che il genitore dovrebbe svolgere su di sé (mi riferisco ad una analisi personale). In generale l'errore più importante che noi genitori commettiamo è quello di trasmettere "cognizioni", dati, elementi, conoscenze che, in buona fede, presumiamo essere la parte più importante ed utile del lavoro educativo. Così ci preoccupiamo che i nostri figli imparino le lingue straniere, l'informatica, la contabilità... che abbiano un buon rendimento scolastico, che siano volonterosi, che riescano a laurearsi in corso e così via. Ma l'educazione, quella vera, quella importante, non sta qui, o, perlomeno, non sta solo qui! I figli, anzitutto, hanno bisogno di una cosa fondamentale: la fiducia. Le pressioni assillanti che i genitori agiscono su di loro, in realtà, producono l'effetto contrario cioè la sfiducia e li fanno sentire incapaci, di scarso valore, e con poche potenzialità. Quanti genitori conosco che sono assolutamente convinti che un buon titolo di studio sia il presupposto per un lavoro importante e gratificante e quindi rappresenti la condizione principale per un futuro roseo! Ma ci chiediamo mai quale sia il grado di soddisfazione dei nostri ragazzi? Se abbiano un vero interesse per ciò che stanno studiando o se, invece, non sarebbero portati per qualche altro settore di studio? Oppure se preferirebbero cercarsi subito un lavoro, anche se non quello che noi abbiamo sperato per loro? Non è detto che il loro roseo futuro coincida con quello che noi, così assiduamente, ci preoccupiamo di costruire per loro... Non sarà piuttosto che il problema è tutto nostro, nel senso che noi non ci sentiamo dei bravi genitori se loro "svicolano" dalla strada da seguire? (dimenticando che quella strada gliela abbiamo imposta noi.)

La mia attività psicoterapeutica mi porta a conoscere persone che si possono considerare "arrivate", realizzate dal punto di vista lavorativo, come professori, ingegneri, dirigenti, avvocati, industriali...: alcuni di loro, è vero, guadagnano molto bene, altri rivestono un ruolo di prestigio e di potere e sono anche invidiati da gran parte dei loro conoscenti e amici. Ma, e questo quasi nessuno lo sa, sono anche profondamente infelici e sofferenti (altrimenti non si sarebbero rivolti ad un terapeuta): la loro situazione pare rosea dall'esterno, mentre, in realtà, è profondamente grigia. Il punto è che la soddisfazione nella vita non passa necessariamente, o, per lo meno, non solamente, da un lavoro di prestigio, importante, riconosciuto, ben remunerato. E la dimensione affettiva dove la collochiamo? L'affetto, l'amore per un partner importante, l'amore per un figlio (fatto di impegno, attese, speranze, incoraggiamenti, ma anche sacrifici), la realizzazione di progetti personali (magari svincolati dal lavoro), l'autorealizzazione, la conoscenza di sé e la ricerca dell'equilibrio personale, valori ed ideali (anche se non vanno più di moda) oppure forti passioni ed aspirazioni legate a campi artistici, sportivi, musicali, scientifici, potrebbero essere altrettanto importanti - se non di più - per la soddisfazione personale! Ora, con questo non voglio sostenere che sia un errore impegnarsi a fondo nello studio e nella realizzazione lavorativa. Al contrario io ritengo che sia molto importante indirizzare le proprie energie in una attività lavorativa, purché questa sia profondamente "sentita": sia cioè scelta (e non imposta), ambita, e, naturalmente, realizzabile. A volte sento dire: "Se mio figlio riesce ad entrare in banca, allora muoio contento! ... Se mia figlia avrà quel posto fisso da impiegata in quella solida azienda, allora sarò tranquillo!", e così via. Ma ci siamo chiesti se quel ragazzo "sente" importante quel lavoro o lo vive come opprimente e piuttosto preferirebbe fare la stagione estiva al mare? Quella ragazza ambisce veramente ad entrare in quella azienda oppure lo farebbe per vedere tranquillo il proprio padre? (che così, probabilmente, smetterebbe di assillarla...)

Dovremmo, credo, migliorare il "contatto" coi nostri figli, imparare veramente ad ascoltarli (e ad ascoltarci) cioè imparare a "sentire" quello che sentono loro: le loro aspettative, le loro speranze, i loro timori... solo così possiamo veramente aiutarli a trovare la determinazione e l'energia necessarie per impegnarsi a fondo, sia nello studio, sia in qualunque altra attività.