| Scarsa volontà nello studio |
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dalla rubrica RISPONDE LO PSICOLOGO(a cura del dr. Giancarlo Signorini)pubblicato su
Romagna Gazzette (2010, www.romagnagazzette.com)
QUANDO I FIGLI NON MOSTRANO VOLONTÁ NELLO STUDIO
Domanda
La mia attività psicoterapeutica mi porta a conoscere persone che si possono considerare "arrivate", realizzate dal punto di vista lavorativo, come professori, ingegneri, dirigenti, avvocati, industriali...: alcuni di loro, è vero, guadagnano molto bene, altri rivestono un ruolo di prestigio e di potere e sono anche invidiati da gran parte dei loro conoscenti e amici. Ma, e questo quasi nessuno lo sa, sono anche profondamente infelici e sofferenti (altrimenti non si sarebbero rivolti ad un terapeuta): la loro situazione pare rosea dall'esterno, mentre, in realtà, è profondamente grigia. Il punto è che la soddisfazione nella vita non passa necessariamente, o, per lo meno, non solamente, da un lavoro di prestigio, importante, riconosciuto, ben remunerato. E la dimensione affettiva dove la collochiamo? L'affetto, l'amore per un partner importante, l'amore per un figlio (fatto di impegno, attese, speranze, incoraggiamenti, ma anche sacrifici), la realizzazione di progetti personali (magari svincolati dal lavoro), l'autorealizzazione, la conoscenza di sé e la ricerca dell'equilibrio personale, valori ed ideali (anche se non vanno più di moda) oppure forti passioni ed aspirazioni legate a campi artistici, sportivi, musicali, scientifici, potrebbero essere altrettanto importanti - se non di più - per la soddisfazione personale! Ora, con questo non voglio sostenere che sia un errore impegnarsi a fondo nello studio e nella realizzazione lavorativa. Al contrario io ritengo che sia molto importante indirizzare le proprie energie in una attività lavorativa, purché questa sia profondamente "sentita": sia cioè scelta (e non imposta), ambita, e, naturalmente, realizzabile. A volte sento dire: "Se mio figlio riesce ad entrare in banca, allora muoio contento! ... Se mia figlia avrà quel posto fisso da impiegata in quella solida azienda, allora sarò tranquillo!", e così via. Ma ci siamo chiesti se quel ragazzo "sente" importante quel lavoro o lo vive come opprimente e piuttosto preferirebbe fare la stagione estiva al mare? Quella ragazza ambisce veramente ad entrare in quella azienda oppure lo farebbe per vedere tranquillo il proprio padre? (che così, probabilmente, smetterebbe di assillarla...) Dovremmo, credo, migliorare il "contatto" coi nostri figli, imparare veramente ad ascoltarli (e ad ascoltarci) cioè imparare a "sentire" quello che sentono loro: le loro aspettative, le loro speranze, i loro timori... solo così possiamo veramente aiutarli a trovare la determinazione e l'energia necessarie per impegnarsi a fondo, sia nello studio, sia in qualunque altra attività.
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