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26

Apr

2009

La malattia e il simbolo PDF Stampa E-mail
Riflessioni

 ciclo di incontri: Chiacchiere e azioni consapevoli

 traccia dell'incontro  di Giancarlo Signorini

(Giovedì 15 novembre 2007 - c/o  Puntodonna FORLI')
  



    1) Il termine simbolo deriva dal latino symbŏlum (contrassegno) e dal  greco symbállein che significa «mettere assieme». Nell'antica Grecia era diffusa la consuetudine di tagliare in due un anello, una moneta o qualsiasi oggetto, e darne una metà a un amico o ad un ospite. Queste metà, conservate dall'una e dall'altra parte, di generazione in generazione, consentivano ai discendenti dei due amici di riconoscersi facendole combaciare. Questo segno di riconoscimento si chiamava simbolo. Il simbolo, quindi, evocando la sua parte corrispondente, rinvia a una determinata realtà che implica la ricomposizione di un intero.
    2) Nella psicoanalisi il simbolismo è il modo del pensiero proprio dei livelli arcaici di evoluzione psichica, per cui l'inconscio, presentando alla coscienza il simbolo anziché l'oggetto simboleggiato, esercita opera di schermo e di protezione.
    Se noi mettiamo insieme i due concetti  di cui sopra troviamo la  «malattia», nel senso della psicopatologia. La malattia comporta una simbolizzazione (nel senso di tenere insieme, riunificare, regredire) ed una idealizzazione (nel senso di un impoverimento dell'Io a favore dell'oggetto idealizzato).

     La patologia psichica comporta quasi sempre un simbolo che contiene una idealizzazione: un tenere insieme due parti delle quali una è idealizzata a scapito dell'altra. Quante volte trovo nelle persone che seguo la idealizzazione di una figura importante, un genitore il più delle volte, figura alla quale essi sono «simbolicamente»  e «idealmente» legati. La «idealizzazione» (dal greco idéa, aspetto, apparenza) non è altro che una sopravvalutazione di un'altra persona a scopo difensivo: io ho bisogno di un riferimento importante, vitale e quindi ti idealizzo, ti ingigantisco, ti sovrastimo; il mio Io si svuota e viene a dipendere da te, tutto dipende da te, io non sono niente. Questa sorta di illusione, di distorsione, di alterazione della realtà,  è normalmente riferita a figure parentali che in realtà noi odiamo: ma l'odio è difficile da ammettere, implica il riconoscimento della nostra «cattiveria», della nostra spietatezza, della nostra aggressività, tutti sentimenti difficili da riconoscere e sopportare, specialmente quando vengono riferiti a persone cui siamo intimamente legati. Perciò per un «formazione reattiva» l'odio si trasforma in valorizzazione, in idealizzazione, in esaltazione, in sopravvalutazione: mia madre (o mio padre), che in realtà odio, diventa il «simbolo» positivo a cui resto attaccato, inscindibilmente, inseparabilmente, indelebilmente: non posso farti scendere dal piedistallo perché io dipendo da te, se ti faccio scendere anche io - che da solo non valgo nulla - verrei annientato. Questo  «rimanere lì», questa regressione,  è la malattia, la psicopatologia. Qualunque persona che regredisce manifesta una patologia dato che si trova in uno stato di «blocco evolutivo»: la malattia non è altro che un blocco evolutivo, un desiderio di ricongiungimento con la madre originaria, un ritorno ad essere feto. Ma crescere è rischioso, staccarci dai nostri «simboli», dalle nostre idealizzazioni, dai nostri genitori, ci spaventa perché ci obbliga ad esplorare territori sconosciuti e pericolosi. Ma vivere in modo sano è soprattutto rischiare, è coraggio, è speranza, è fiducia, è voglia di costruire, è in una parola progredire.


   Riferimenti bibliografici:
E. Fromm,  Psicoanalisi dell'amore,  Newton Compton, Roma, 1971
U. Galimberti, Enciclopedia di Psicologia,  UTET, Torino, 1992



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